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la Luna si Nasconde Stanotte
zeldathemes
La Luna
si nasconde stanotte
Sotto la luce di una luna piena che giocava a nascondino tra le nubi io, che non sapevo amare, ho conosciuto l'amore.
Due anni dopo, ancora qui a parlare di noi, con tutte le insicurezze che ho sempre avuto e le ansie che non mi lasceranno mai andare. Finchè mi vorrai. Perchè "non è il migliore dei mondi possibili un mondo senza te nella mia vita".
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pizzapriince:

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9postnubilaphoebus

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adessodovesei:

unavita-disconfitte:

rompimileossa:

cuorepiccolo:

Ad Hollywood sono obesa.
Sono considerata un’attrice grassa.
Mangio come un uomo delle caverne.
Sarò l’unica attrice che non ha rumors sull’anoressia! Non farò mai morire di fame me stessa per una parte.
Sono invincibile.
Non voglio che le ragazzine pensino, “Oh, voglio essere come Katniss, quindi salterò la cena!”


Ti adoro

La mia salvezza

Madonna quanto è bella

È così bella!

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Ad Hollywood sono obesa.

Sono considerata un’attrice grassa.

Mangio come un uomo delle caverne.

Sarò l’unica attrice che non ha rumors sull’anoressia! Non farò mai morire di fame me stessa per una parte.

Sono invincibile.

Non voglio che le ragazzine pensino, “Oh, voglio essere come Katniss, quindi salterò la cena!”

Ti adoro

La mia salvezza

Madonna quanto è bella

È così bella!

E tutto il male che ho fatto non l’ho fatto a nessuno se non a me.
You’ll always be my favorite what-if.
six word story (via asimetricna-vagina)
If anxiety burned calories I’d be the skinniest bitch alive.
thesquirrelisonfire:

I STILL HAVEN’T FOUND MY BERRIES

thesquirrelisonfire:

I STILL HAVEN’T FOUND MY BERRIES

Se c’è una cosa che ho capito nella mia vita non particolarmente lunga è che le persone come me non hanno bisogno di nessuno. È per questo che amare è così difficile, come ti doni totalmente a qualcuno se non ne senti la necessità? Per questo bisogna impegnarsi. L’amore è impegno, dedizione. A volte non basta il sentimento. A volte devi volerlo. Perché alle persone come me si presenterà sempre un’alternativa e allora penserai: ma chi me lo fa fare di stringere i denti così? Diresti l’amore. Sì, l’amore. O forse l’amore per la vita. Perché sopravvivere è facile. È vivere che è difficile. Devi resistere, cadere, rialzarti, combattere. Ma è così che si vive. E l’amore è vita, non disperazione. Anche nei momenti più tristi e bui, rimane comunque il brivido che ti fa sentire vivo. L’amore si coltiva, come la vita.

E quando non riesci a mettere da parte qualcuno vuol dire che non sei destinato a farlo.
Cit.
Sara , Francesco e il pianoforte, se ti va. Ma più che altro volevo farti i complimenti, è bellissimo quello che stai facendo, adoro come scrivi.

Anonimo

moscacieca:

Grazie mille davvero :) Scusami per il ritardo enorme ma ho avuto un po’ da fare e ne sono arrivati davvero tanti..Ancora grazie comunque :)

Sara ogni pomeriggio dopo scuola, stava a casa seduta da sola immobile sul suo letto aspettando qualcosa.

Alle 17 arrivava ciò che lei aspettava: era Francesco, il suo vicino di casa che non le faceva mai mancare Mozart, Chopin, Beethoven, Debussy e Liszt. Lei si prendeva un cuscino ed iniziava a danzare scalza per tutta la stanza. Era così libera e fresca in quel suo girare che poteva sembrare una ancora più armoniosa Carla Fracci.

Sara non aveva mai visto Francesco in viso, non sapeva se era basso, alto, magro, grasso e non le importava. Sapeva già che aveva un cuore e delle dita bellissime e s’immaginava soltanto un suo “ciao” per potersi innamorare davvero di lui.

I suoi genitori ne parlavano sempre male di quel suo vicino strambo. “Non parla mai, sta sempre zitto, l’altra volta neanche ha risposto al mio ‘buongiorno’ ! Chi si crede di essere?! Questi giovani maleducati”.

Ma chi l’ascoltava a sua madre? Sua madre era la stessa persona che diceva “Non è colpa mia se mi danno fastidio i negri. Sono loro che dovrebbero lavarsi” quindi fanculo al buongiorno non risposto…Francesco aveva fatto proprio bene.

I suoi genitori partirono per qualche settimana e l’idea di essere un’ospite di Francesco con qualche scusa, non le sembrava una cattiva idea.

Bussò tre volte ma nessuno rispose.

«Oh ciao ehm io sono Sara la tua vicina non è che tipo potresti…non so…ehm…prestarmi delle uova? Vorrei fare delle crepes e per ricambiare il favore te ne porterò una!»

Lui aprì la porta solo per far uscire la mano con due uova e la richiuse subito. Lei, scontenta di non averlo potuto vedere, tornò in casa con le uova e iniziò a preparare le crepes.

«Chissà come le vuole…Nutella o gelato? Vabbè poi me lo dice lui» pensava tra se e se.

Finite le crepes tornò davanti alla porta di Francesco, bussò e disse «Qua ci sono le crepes…come le vuoi farcite? Nutella o gelato?» lui non rispose e lei urlò «Oh senti, se non le vuoi non ti obbligo! Meglio per me anzi!» e ancora nessuna parola.

Lei tornò nel suo appartamento e mangiò le crepes, lasciando però sempre quelle due con la speranza che lui cambiasse idea. Per sì e per no, in una le mise la Nutella e nell’altra il gelato.

Di sera, verso le 22, tornò a bussare dietro quella porta.

«Ehi scusa ma non ho niente da fare e anzi è ancora meglio se non mi guardi perché devo dirti delle cose importanti. Lo so che non ci siamo mai parlati, ma ogni giorno alle 17 io sto felice perché tu mi parli con il pianoforte ed è davvero bellissimo perché credo che tu sia bellissimo proprio lì, proprio dove batte il cuore…che sia il cuore del pianoforte, quello tuo o quello mio. Vorrei solo dirti che io mi chiamo Sara e che so già che tu ti chiami Francesco e lo so non perché sono pazza e maniaca ma perché i miei genitori parlano sempre di te in maniera cattiva. Dicono che sei maleducato perché non parli mai ma tu non hai bisogno di rispondere ai “Buongiorno” di mia madre se già ogni pomeriggio mi auguri insieme ad Einaudi una felice vita. Quindi, dicevo che non c’è bisogno che tu mi dica il tuo nome però almeno dimmi che vuoi le crepes perché stanno ancora là e sto facendo tanti sacrifici per non papparmele tutte e tu saresti gentile da non farmi soffrire e da non farmi ingrassare di altra Nutella e gelato»

Lei rimane lì in silenzio per altri 10 minuti e si alza per tornarsene dentro casa sua. Nel mentre lei sta già sul tappetino di benvenuto del suo appartamento, Francesco bussa alla sua stessa porta come a volerle dire di non andarsene e da sotto le passa un foglio bianco con un cuore disegnato (disegnato malissimo tra l’altro). Nient’altro, solo un cuore dai bordi rossi senza nessun altro spazio colorato.

Lei rimase tutta la notte là e si addormentò sul pavimento.

Al risveglio, la porta della casa di Francesco era spalancata e vuota, curiosa com’è non seppe frenare la voglia di sbirciare quell’appartamento da lei sempre immaginato.

Le stanze erano piene di foto, di libri ce ne stavano circa mille per ogni stanza tranne per cucina e bagno, un ritratto di una qualche donna di una qualche forma senza nome e spartiti che facevano da tappeto e quel pianoforte a coda meraviglioso, dinnanzi al quale non seppe cosa dire, neanche “wow” che fu l’eco di quell’appartamento vuoto per tutto il tempo in cui lei vi rimase.

Sara uscì e non accorgendosi di lui girandosi dall’uscio, sbatté il viso contro il petto di Francesco.

Lo vide per la prima volta e per lei era bellissimo: occhi piccoli, barbetta incolta, viso sfilato e capelli ricciolini. Non seppe cosa dire un’altra volta. Vedeva quello stesso pianoforte in ogni tratto del viso di lui.

Si guardarono intensamente negli occhi per un minuto lungo, lui mugugnò qualcosa e si accasciò a terra piangendo.

«Oh che piangi? So di non essere bellissima, ma non c’è bisogno di fare così»

Lui aveva le mani al petto ed era come se volesse prendersi il cuore e poi la bocca per poi buttarli a terra e sparire.

Sara non capiva, non capiva proprio niente. Lui mugugnò ancora e fece strani, lenti e meccanici scatti con le sue dita e le sue braccia.

Le si spezzarono gli occhi a quella ragazza. Aveva capito che quelli non erano gesti strani, erano proprio parole. Non poteva mai pensare che la frase detta poche ore prima “tu mi parli con il pianoforte” potesse rivelarsi così vera.

A lei le si erano spezzati gli occhi e a lui la voce, ma quest’ultima da sempre.

Sara prese il viso di Francesco che tanto le piaceva ed iniziò a baciargli quelle mani che già amava. Gli baciò la bocca, le tempie, la fronte, le palpebre e tutto solo per farlo scappare dalla sua vergogna. Non le importava se lui era muto; i film in bianco e nero degli anni ‘30 sono sempre stati i suoi preferiti e scrivere, farlo suonare per comunicarle che lui c’era, non le dispiaceva, ma a lui sì. Avrebbe voluto urlare che quella donna in quel ritratto era lei ma che non è mai stato bravo a disegnare. Avrebbe voluto cantarle la sua gioia quando sentiva le punte di lei girovagare dall’altra parte del muro ogni giorno alle 17 e che era lui quello che ogni mattina le metteva un fiore diverso nel cestino della bici.

Le avrebbe voluto dire tante di quelle cose, che lo facevano vergognare.

Dopo un po’ Francesco però capì che a Sara non importava tanto la voce che si urla e si canta e allora accettò in pace che lui poteva sempre parlarle con le lettere, con i cuori disegnati male e con le dita…qualsiasi fosse il posto di quest’ultime.

flyingbrain:

nietzscheinlife:

Dicono che tu fossi capace d’essere allegro, chiassoso, e che per questo ti piacesse la compagnia della gioventù: giocare a calcio, per esempio, con i ragazzi delle borgate. Ma io non ti ho mai visto così. La malinconia te la portavi addosso come un profumo e la tragedia era l’unica situazione umana che tu capissi veramente. Se una persona non era infelice, non ti interessava. Ricordo con quale affetto, un giorno, ti chinasti su me e mi stringesti un polso e mormorasti: «Anche tu, quanto a disperazione, non scherzi!». (…)  Dissero che da lontano non sembravi nemmeno un corpo, tanto eri massacrato. Sembravi un mucchio di immondizia e solo dopo che t’ebbero guardato da vicino si accorsero che non eri immondizia, eri un uomo. Mi maltratterai ancora se dico che non eri un uomo, eri una luce, e una luce s’è spenta?
- Lettera a Pier Paolo Pasolini di Oriana Fallaci

:’(

flyingbrain:

nietzscheinlife:

Dicono che tu fossi capace d’essere allegro, chiassoso, e che per questo ti piacesse la compagnia della gioventù: giocare a calcio, per esempio, con i ragazzi delle borgate. Ma io non ti ho mai visto così. La malinconia te la portavi addosso come un profumo e la tragedia era l’unica situazione umana che tu capissi veramente. Se una persona non era infelice, non ti interessava. Ricordo con quale affetto, un giorno, ti chinasti su me e mi stringesti un polso e mormorasti: «Anche tu, quanto a disperazione, non scherzi!». (…) 
Dissero che da lontano non sembravi nemmeno un corpo, tanto eri massacrato. Sembravi un mucchio di immondizia e solo dopo che t’ebbero guardato da vicino si accorsero che non eri immondizia, eri un uomo. Mi maltratterai ancora se dico che non eri un uomo, eri una luce, e una luce s’è spenta?

- Lettera a Pier Paolo Pasolini di Oriana Fallaci

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